Il nuovo rapporto dell’Università degli Studi di Firenze, datato 20 aprile 2026, aggiorna il quadro del dissesto dopo gli eventi di gennaio. La scarpata continua ad arretrare in alcuni settori, mentre il sistema franoso resta in condizioni di instabilità evolutiva. Al centro della strategia ci sono monitoraggio, drenaggio e controllo delle acque.
È stato pubblicato il Rapporto n. 3 sulle frane di Niscemi del gennaio 2026, elaborato dal Centro per la Protezione Civile dell’Università degli Studi di Firenze, con la collaborazione di CNR-IREA, Fondazione CIMA, OGS, Studio INGEO e TRE Altamira.
Il documento, datato 20 aprile 2026, integra e sostituisce le precedenti versioni e rappresenta un ulteriore approfondimento del quadro conoscitivo e delle attività di monitoraggio.
Rispetto ai precedenti rapporti, il nuovo documento amplia in particolare le analisi idrologico-idrauliche, aggiorna la valutazione del rischio residuo e riorganizza il programma degli interventi per la riduzione del rischio.
La frana continua a evolversi
Uno degli elementi più significativi del nuovo rapporto riguarda l’evoluzione della scarpata formatasi dopo la fase principale della frana.
Il confronto tra i rilievi topografici realizzati dal Comune di Niscemi e quelli successivamente acquisiti dalla Fondazione CIMA, compresi quelli effettuati tra il 31 marzo e il 3 aprile 2026, mostra che l’arretramento della scarpata non è uniforme lungo tutto il fronte.
Nel periodo considerato, circa due mesi, i maggiori arretramenti sono rimasti localizzati in alcuni settori e non hanno superato i 10 metri. Le aree interessate comprendono il settore immediatamente a sud del Belvedere, il quartiere Sante Croci, la zona del plesso scolastico “San Giuseppe” e il tratto compreso tra questi settori.
Il rapporto interpreta questo arretramento come parte dell’evoluzione della nuova scarpata verso un diverso assetto di equilibrio. Ma ciò non significa che il problema possa considerarsi concluso.
Il torrente Benefizio continua ad avere un ruolo importante
Le nuove indagini hanno permesso di estendere il rilievo da drone lungo il corso del torrente Benefizio, fino allo sbocco nella Piana di Gela.
Il confronto dei rilievi mostra un approfondimento generalizzato dell’alveo, con valori medi nell’ordine di 1-2 metri e valori massimi che arrivano a circa 5 metri nei tratti maggiormente interessati dall’ostruzione provocata dalla Frana Centrale.
Sono stati inoltre osservati fenomeni localizzati di frana delle sponde, soprattutto nei tratti più acclivi lungo la sinistra idrografica, al margine della Frana Sud.
È un dato importante perché l’erosione del torrente e le condizioni idrologiche del versante costituiscono elementi centrali nella strategia di riduzione del rischio.
Monitorare per capire
Il Rapporto n. 3 conferma il ruolo fondamentale del monitoraggio.
Le analisi satellitari, insieme alle misure effettuate con la strumentazione installata sul terreno, continuano a fornire informazioni sull’evoluzione delle deformazioni.
Nel settore nord, ad esempio, i dati Sentinel-1 elaborati con tecnica SBAS nel periodo 7 febbraio–8 aprile 2026 mostrano, nell’area considerata, valori di spostamento all’interno della finestra di stabilità di ±0,5 cm.
Particolare attenzione viene mantenuta anche nell’area prossima al plesso scolastico “San Giuseppe”, dove i dati GNSS e radar vengono confrontati per interpretare correttamente i segnali deformativi.
Il messaggio scientifico è chiaro: il monitoraggio non è un’attività temporanea legata all’emergenza, ma deve accompagnare nel tempo la gestione del dissesto.
Il rischio residuo resta elevato
Il rapporto conferma la fascia di interdizione di 100 metri dal ciglio della scarpata nel settore della Frana Centrale prospiciente il centro abitato.
Allo stesso tempo, il documento ribadisce che il complesso franoso nel suo insieme permane in una condizione di instabilità evolutiva, con rischio residuo elevato per l’intero corpo di frana.
Nel breve periodo viene quindi indicata come priorità la salvaguardia della popolazione, mantenendo le ordinanze di inagibilità per gli edifici prossimi al ciglio e continuando il monitoraggio della viabilità. In particolare, viene raccomandato il controllo continuo della SP11, mentre resta l’interdizione dei tratti della SP10 e SP12 interferenti con il corpo di frana.
La strategia: prima l’acqua
Il Rapporto n. 3 introduce una visione ancora più concreta degli interventi.
La filosofia del programma è quella di limitare preventivamente le cause che favoriscono l’innesco e la riattivazione dei movimenti, per poi procedere con i ripristini.
Tra gli elementi considerati prioritari ci sono le circolazioni idriche all’interno dei corpi di frana, l’incremento delle pressioni interstiziali e l’erosione delle sponde del torrente Benefizio. Anche la gestione delle acque provenienti dal centro abitato, compresa la rete fognaria e acquedottistica, assume un ruolo importante.
Per questo il programma individua come interventi di priorità 1 il monitoraggio, l’adeguamento della rete fognaria e acquedottistica, le gallerie drenanti della Frana Centrale e della Frana Nord, i pozzi per il controllo della piezometrica, alcuni interventi sulla Frana Sud e la sistemazione del torrente Benefizio.
Un piano da circa 75 milioni di euro
Il programma complessivo degli interventi riportato nel Rapporto n. 3 raggiunge una stima di circa 75 milioni di euro, comprensiva dei lavori, degli oneri e delle somme a disposizione dell’Amministrazione.
Non si tratta però di un progetto pensato per “fermare” definitivamente l’intero versante.
Il rapporto è molto chiaro: per le dimensioni del sistema franoso, la profondità delle superfici di scivolamento e la complessità geologica, non è tecnicamente possibile ottenere una stabilizzazione definitiva dell’intero sistema attraverso interventi strutturali massivi.
La strategia deve quindi essere progressiva e adattiva, basata sul controllo delle condizioni idrogeologiche, sulla riduzione delle pressioni interstiziali, sulla regimazione delle acque e sul monitoraggio continuo.
Niscemi, la prevenzione passa dalla conoscenza
Il terzo rapporto scientifico consegna dunque un quadro più dettagliato, ma non definitivo.
La frana di Niscemi continua a essere un sistema dinamico, nel quale alcuni settori mostrano condizioni di stabilità mentre altri continuano a evolvere attraverso arretramenti della scarpata e processi erosivi.
Per questo la parola chiave resta monitoraggio. Non soltanto per sapere se la frana si muove, ma per capire come, dove e perché si muove, verificare l’efficacia degli interventi e aggiornare progressivamente le strategie di gestione del rischio.