Alluvione in Sardegna, c’è bisogno di una politica più sensibile al territorio

L’alluvione in Sardegna mette ancora in evidenza l’importanza di una corretta programmazione urbanistica del territorio, nel rispetto delle esigenze della natura.

Sabato scorso si è verificata l’ennesima alluvione devastante nella parte orientale della Sardegna che, come sappiamo, è tristemente abituata a questo tipo di eventi.

Una similare situazione meteorologica già nel 2013 (18 Novembre) si era presentata nelle medesime condizioni ma quel giorno ci furono 16 vittime, migliaia di sfollati e centinaia di milioni di euro di danni.

L’interazione fra le perturbazioni atmosferiche e la conformazione orografica del territorio ripropone infatti gli stessi scenari e, questa volta, è toccato a Bitti, in provincia di Nuoro, essere il paese più colpito nella giornata di Sabato 28 Novembre 2020.

Malgrado il passato condiviso, l’uomo ha continuato ad ostacolare il cammino dei fiumi, arrivando perfino a cancellarne alcuni. Un’operazione di copertura realizzata generalmente in cemento e che prende il nome di tombamento.

Qual’è stato il fenomeno che ha causato l’alluvione in Sardegna?

L’evento che è scaturito dall’alluvione è una colata mista di fango e acqua (mudflow), attivatasi dai rilievi immediatamente sovrastanti la cittadina.

Immagine di Bitti durante l’alluvione, IMMAGINE FORNITA DAL CONSIGLIO NAZIONALE DEI GEOLOGI

Il nubifragio ha interessato un bacino idrografico piccolo, drenato da una valle di 2 km circa che in prossimità del centro abitato risulta tombato per una lunghezza di circa 700 m.

È abbastanza evidente che il tombamento non godeva di un ottimo stato di manutenzione e dunque la colata si è riversata in strada, distruggendo strade e allagando abitazioni. Ma la preoccupazione è per il futuro, moltissime case rischiano di crollare. Ancora una volta, non smetteremo mai di ripetere quanto sia importante una diffusione capillare della conoscenza e consapevolezza del rischio che in queste situazioni fanno la differenza fra la vita e la morte.

Tombare un fiume vuol dire letteralmente metterlo in una tomba. Secondo recenti dati, in Italia, sono circa 12mila i chilometri di corsi d’acqua tombati. Ma il punto è proprio questo: qual’è lo stato di questi tombamenti? Come ci preoccupiamo del territorio in cui viviamo?

Come sappiamo, purtroppo, sono ormai note le situazione di fragilità e dissesto idrogeologico del nostro territorio a eventi meteorologici così importanti e ancora oggi subiamo la conseguenza della mancanza di modelli idraulici tarati alle diverse situazioni regionali. Questi ultimi eventi documentano, per l’ennesima volta, un approccio per la difesa del territorio abbastanza inefficace.

C’è bisogno di un paese sensibile e la politica dovrebbe rivolgersi di più a piani di ripristino del territorio, messa in sicurezza e manutenzione di molti edifici. Dunque, risulta essenziale una corretta programmazione urbanistica del territorio, nel rispetto delle esigenze della natura.

IMMAGINE IN EVIDENZA: FORNITA DAL CONSIGLIO NAZIONALE DEI GEOLOGI

 

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