Campi Flegrei, presentato un nuovo modello a lungo termine dell’evoluzione del bradisismo

Nuove analisi definiscono la possibile evoluzione del bradisismo nell’area flegrea nei prossimi decenni, precisando che le condizioni attuali del vulcano non sarebbero in grado di generare un’eruzione.

Grazie all’utilizzo di modelli termici e petrologici, uno studio appena pubblicato sulla rivista “Communications Earth and Environment” di Nature ha proposto uno scenario di riferimento per determinare se i Campi Flegrei potrebbero o meno dar luogo a un’eruzione.

Il lavoro, curato da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università di Ginevra (Svizzera), ha permesso di elaborare un modello basato su quello che la letteratura anglosassone definisce “the worst case”, il caso peggiore.

Lo studio, dal titolo “Scenario-based forecast of the evolution of 75 years of unrest at Campi Flegrei caldera (Italy)”, si basa sull’assunzione che il bradisismo odierno in atto dal 2005, così come quello registrato negli anni 1950, 1970-1972 e 1982-1984, sia determinato da successive intrusioni di magma a profondità di circa 4 chilometri.

“Si è scelto di partire da questa assunzione poiché è quella più cautelativa per gli abitanti dell’area flegrea soggetti alla pericolosità vulcanica e permette, quantomeno, di definire un possibile scenario evolutivo”, spiega Stefano Carlino, ricercatore dell’INGV e co-autore dello studio.

“I calcoli da noi eseguiti suggeriscono che, nonostante potrebbe essere presente magma potenzialmente eruttabile a circa 4 chilometri di profondità e la sovrappressione interna al serbatoio magmatico potrebbe essere sufficiente per fratturare la crosta che lo circonda, un’eruzione sarebbe ostacolata dalla combinazione di diversi fattori, tra cui il ridotto volume del serbatoio magmatico e la deformazione viscosa della crosta circostante”, aggiunge Luca Caricchi, professore ordinario all’Università di Ginevra e co-autore del lavoro.

“Il ridotto volume del serbatoio magmatico, in particolare, rappresenta attualmente uno degli ostacoli maggiori all’eruzione, poiché un’eventuale fuoriuscita di magma da esso determinerebbe un repentino abbassamento della pressione interna che, a sua volta, non fornirebbe al magma energia sufficiente per arrivare in superficie”, proseguono Charline Lormand e Guy Simpson dell’Università di Ginevra, co-autori dello studio.

Se la dinamica attuale di sollevamento del suolo nell’area flegrea dovesse proseguire in futuro con tassi simili a quelli odierni, la sorgente magmatica che genera il sollevamento potrebbe raggiungere, in alcune decine di anni, una dimensione idonea a generare un’eruzione, con un accumulo di volumi di magma comparabile a quello che alimentò l’ultimo evento eruttivo dei Campi Flegrei nel 1538.

“Tuttavia, come detto, i risultati del nostro studio derivano dall’assunzione che il bradisismo degli ultimi 75 anni, dunque il sollevamento del suolo, sia stato alimentato dal magma profondo in risalita e, in parte, dai fluidi da questo fuoriusciti: si tratta di una condizione possibile, ma non facile da verificare”, ribadisce Carlino.

“Inoltre, è importante sottolineare che nonostante anche precedenti lavori abbiano evidenziato numerose fratture nella crosta dei Campi Flegrei, le condizioni attuali non risultano idonee a un evento eruttivo”, precisa Tommaso Pivetta, ricercatore dell’INGV e co-autore dell’articolo.

Figura: Evoluzione temporale del volume di magma e dei fluidi in eccesso a diverse temperature. La figura riporta i risultati per iniezioni di magma di uno spessore pari a 25 m, nonché i volumi massimo e minimo degli eventi di iniezione di magma. Il limite inferiore di ciascuna regione colorata si riferisce ai calcoli eseguiti considerando il volume minimo di magma iniettato in ciascun evento. I numeri vicino alle linee tratteggiate indicano il volume minimo e massimo di magma iniettato in ogni episodio. Le bande di colore differente rappresentano i volumi dei fluidi in eccesso (in blu e associati all’asse y destro) e del magma a diverse temperature presenti nel serbatoio magmatico nel tempo.

Per cercare di mitigare la difficoltà nel prevedere come potrà comportarsi il vulcano in futuro, gli sforzi della ricerca scientifica in questo campo restano quelli di determinare, attraverso misure geofisiche, geochimiche e geodetiche e mediante lo studio e l’elaborazione congiunta dei dati, la natura reale della sorgente del bradisismo, attualmente ancora oggetto di dibattito scientifico.

FONTE: comunicato stampa INGV del 12.01.2026

La redazione di “CONOSCERE GEOLOGIA” non è responsabile del testo di questo comunicato stampa, che è stato pubblicato integralmente e senza variazioni.

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