Il nuovo documento del Centro per la Protezione Civile dell’Università degli Studi di Firenze, pubblicato il 9 marzo, integra i dati satellitari, le indagini geofisiche e geotecniche e ridefinisce le misure per la gestione del rischio residuo. La fascia di interdizione nel centro abitato passa da 150 a 100 metri, ma il sistema franoso resta in evoluzione.
A poco più di un mese dalla grande crisi franosa che ha interessato Niscemi nel gennaio 2026, arriva un nuovo importante aggiornamento scientifico. È il Rapporto n. 2 “Le frane di Niscemi del gennaio 2026”, elaborato dal Centro per la Protezione Civile dell’Università degli Studi di Firenze, sotto la responsabilità del professor Nicola Casagli e con la collaborazione di CNR-IREA, OGS, Studio INGEO e TRE Altamira. Il documento, datato 9 marzo 2026, aggiorna e integra il precedente rapporto del 26 febbraio.
Il nuovo rapporto amplia in modo significativo il quadro conoscitivo.
Alle analisi già condotte vengono aggiunti nuovi dati radar satellitari, nuove immagini ottiche ad alta e altissima risoluzione, ulteriori elaborazioni interferometriche, indagini geofisiche integrate e una valutazione più articolata del rischio residuo nel centro abitato.
Ma il dato forse più importante è che la scienza consente ora di passare dalla fotografia dell’emergenza a una gestione più consapevole dell’evoluzione del dissesto.
Il monitoraggio continua
La prima grande novità del Rapporto n. 2 riguarda proprio il monitoraggio.
Sono state analizzate nuove acquisizioni satellitari radar attraverso diverse tecniche, tra cui DInSAR, SBAS, SqueeSAR e Dynamic InSAR, utilizzando dati di Sentinel-1, COSMO-SkyMed, TerraSAR-X e altre missioni satellitari. A queste si aggiungono le analisi delle immagini ottiche PlanetScope, Pléiades Neo e WorldView Legion.
Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dai dati Sentinel-1 elaborati con Dynamic InSAR. Le acquisizioni del periodo 7 febbraio–3 marzo 2026 confermano una generale stabilità del settore settentrionale, mentre nel settore meridionale rimangono deformazioni residue distribuite in diverse porzioni del corpo di frana.
In particolare, sono stati individuati spostamenti fino a circa 25 millimetri immediatamente a valle del quartiere Sante Croci, in corrispondenza anche di aree caratterizzate da morfologie calanchive. Questi movimenti risultano però localizzati al di fuori della fascia di interdizione e in settori non urbanizzati. Le serie temporali mostrano inoltre, in diversi punti, una tendenza al rallentamento a partire dalle acquisizioni successive all’evento.
Il quadro che emerge è quindi più articolato di una semplice contrapposizione tra “frana ferma” e “frana in movimento”.
Alcuni settori continuano a deformarsi, mentre altri mostrano condizioni di sostanziale stabilità.
La frana continua a evolvere
Il rapporto sottolinea che uno dei processi attualmente in corso è l’arretramento della scarpata formatasi durante la fase parossistica.
Si tratta, almeno in parte, di un processo naturale attraverso il quale il versante tende progressivamente a raggiungere un nuovo assetto di equilibrio. Per questo motivo, gli interventi non dovrebbero essere finalizzati semplicemente a ricostruire la morfologia precedente alla frana, ma ad accompagnare l’evoluzione del versante attraverso opere di riprofilatura, regimazione delle acque e protezione dall’erosione.
Resta inoltre possibile uno scenario più complesso: la riattivazione del movimento profondo lungo superfici di scivolamento già impostate.
Le osservazioni effettuate dopo l’evento hanno permesso di osservare direttamente il contatto tra sabbie e argille, caratterizzato da un marcato contrasto di permeabilità. In diversi punti sono state osservate portate d’acqua significative anche a distanza di giorni dalla fase parossistica, accompagnate da fenomeni di sifonamento ed erosione.
Il rapporto evidenzia inoltre una risposta relativamente rapida del sistema agli eventi pluviometrici intensi, dell’ordine di circa tre giorni, elemento che suggerisce un possibile ruolo delle fratture e delle discontinuità strutturali come vie preferenziali di infiltrazione verso i livelli profondi.
Il rischio residuo: perché la fascia passa da 150 a 100 metri
È probabilmente l’aspetto destinato ad avere il maggiore impatto sulla popolazione.
Le nuove analisi hanno permesso di affinare la valutazione dell’arretramento possibile della scarpata. Il modello, costruito con un approccio cautelativo, indica un arretramento teorico generalmente compreso tra 50 e 70 metri, con un massimo di circa 83 metri.
Alla luce di questi risultati, della modellazione geotecnica e dei dati di monitoraggio, la fascia di interdizione inizialmente fissata a 150 metri è stata ritenuta più ampia rispetto alle esigenze tecnicamente giustificabili dal modello.
Il Commissario straordinario ha quindi disposto, d’intesa con il Comune, la riduzione della fascia a 100 metri dal ciglio della scarpata, limitatamente al settore della frana centrale nel centro abitato. Il provvedimento è stato recepito con l’Ordinanza sindacale n. 19 del 28 febbraio 2026.
Una riduzione che, è bene sottolinearlo, non significa che il rischio sia scomparso.
Il rapporto afferma chiaramente che il sistema franoso complessivo permane in uno stato di instabilità evolutiva, con rischio residuo elevato per l’intero corpo di frana.
Dentro la fascia di interdizione, per ora, non emergono movimenti significativi
La ridefinizione della fascia è stata supportata anche dal monitoraggio.
L’analisi interferometrica post-evento delle immagini satellitari disponibili non ha evidenziato movimenti apprezzabili all’interno della fascia di interdizione, risultato confermato anche dai primi dati della rete di monitoraggio installata sul terreno dall’INGV.
Questo risultato è importante, ma deve essere letto nel contesto corretto: il rapporto considera il quadro conoscitivo ancora soggetto ad aggiornamento e insiste sulla necessità di proseguire le acquisizioni satellitari e il monitoraggio strumentale.
La sicurezza, quindi, non deriva dall’assenza di movimento osservata in un determinato momento, ma dalla continuità del controllo e dalla capacità di aggiornare le valutazioni al mutare delle condizioni.
Dalla frana alle acque: la prevenzione passa anche dal drenaggio
Il Rapporto n. 2 dedica ampio spazio alle strategie di mitigazione.
Uno degli elementi centrali è il controllo dell’acqua.
Nel medio periodo vengono indicati interventi per ridurre le infiltrazioni provenienti da monte, regimare le acque meteoriche, captare le emergenze idriche, proteggere il piede dei versanti dall’erosione e intervenire sul sistema idraulico del Torrente Benefizio.
Sono previste inoltre opere di drenaggio superficiale e profondo, tra cui pozzi di emungimento e gallerie drenanti, insieme alla riorganizzazione delle reti fognarie e acquedottistiche dell’abitato.
Il rapporto è però molto prudente sulla possibilità di risolvere il problema attraverso grandi opere strutturali.
Considerata l’estensione del dissesto, la profondità delle superfici di scivolamento e la complessità del sistema, una stabilizzazione globale affidata esclusivamente a grandi palificate, muri di sostegno o paratie viene considerata tecnicamente complessa, economicamente gravosa e potenzialmente di efficacia limitata.
Non solo opere: serve una gestione adattiva
È forse questo il messaggio più importante del nuovo rapporto.
La strategia proposta non consiste nel cercare una soluzione unica e definitiva, ma nella costruzione di una gestione adattiva del rischio.
Significa osservare il territorio, raccogliere nuovi dati, confrontarli con quelli precedenti e modificare progressivamente le misure di sicurezza e gli interventi sulla base dell’evoluzione del fenomeno.
Il monitoraggio deve integrare osservazioni geomorfologiche e idrogeologiche, strumenti installati sul terreno – GNSS, inclinometri, piezometri e sensori accelerometrici – misure idro-pluviometriche e telerilevamento satellitare attraverso l’interferometria radar.
I dati devono inoltre contribuire all’aggiornamento delle fasce di rispetto, degli strumenti normativi e della pianificazione degli interventi.
La frana di Niscemi come laboratorio di conoscenza
Il Rapporto n. 2 restituisce quindi una fotografia più precisa, ma anche più complessa, di Niscemi.
Da una parte il monitoraggio mostra condizioni rassicuranti nel settore urbanizzato interessato dalla fascia di interdizione; dall’altra il corpo franoso continua a presentare fenomeni deformativi e rimane caratterizzato da una condizione di instabilità evolutiva.
Non esiste dunque un “punto finale” della frana.
Esiste invece un processo che deve essere seguito, interpretato e gestito nel tempo.
Ed è proprio questa la grande lezione che arriva da Niscemi: la difesa del suolo non può essere costruita soltanto attraverso interventi successivi all’emergenza. Deve partire dalla conoscenza geologica, dalla ricostruzione della storia del territorio, dal monitoraggio continuo e dalla capacità di trasformare i dati scientifici in decisioni.
Il nuovo rapporto dell’Università di Firenze va esattamente in questa direzione: conoscere meglio per intervenire meglio, monitorare continuamente per poter adattare le strategie e ridurre progressivamente l’esposizione al rischio.