Il bradisismo non è soltanto il movimento del suolo: è una delle manifestazioni della dinamica della caldera flegrea. Conoscerlo significa anche ripensare il futuro di un territorio densamente abitato.
Sotto Pozzuoli c’è un vulcano.
È forse da questa semplice considerazione che dovrebbe partire ogni riflessione sul bradisismo dei Campi Flegrei. Un fenomeno che negli ultimi anni è entrato sempre più nella vita quotidiana della popolazione, attraverso il sollevamento del suolo, le deformazioni del terreno e una sismicità che, soprattutto durante gli sciami, viene avvertita con grande preoccupazione dai cittadini.
Ma che cosa significa realmente bradisismo? Significa, innanzitutto, trovarsi all’interno di una caldera vulcanica attiva, un sistema geologico complesso nel quale il sottosuolo continua a modificarsi.
Il bradisismo è il movimento verticale del suolo, che può manifestarsi attraverso fasi di sollevamento e di abbassamento. Nei Campi Flegrei questo fenomeno è conosciuto da secoli e rappresenta una delle manifestazioni della dinamica del sistema vulcanico.
Non è quindi un fenomeno estraneo al vulcano. È il territorio che ci mostra che il vulcano è ancora un sistema attivo.
IL SUOLO SI SOLLEVA, LE ROCCE SI DEFORMANO
Quando il terreno si solleva, non si muove soltanto la superficie che vediamo.
La deformazione interessa il sottosuolo e può produrre variazioni dello stato di tensione nelle rocce. In determinate condizioni queste tensioni possono essere liberate attraverso la formazione di terremoti, spesso superficiali e quindi particolarmente percepibili dalla popolazione.
Il rapporto tra bradisismo e terremoti è però complesso. La sismicità può aumentare durante le fasi di maggiore deformazione, ma non esiste una relazione automatica tra quanto il terreno si solleva e quanto sarà forte o frequente la sismicità.
È proprio per questo che il comportamento dei Campi Flegrei viene seguito attraverso un sistema di monitoraggio multidisciplinare, nel quale vengono analizzati insieme terremoti, deformazioni del suolo, parametri geochimici, temperatura e altri indicatori.
Un singolo terremoto, anche significativo, non può quindi essere trasformato automaticamente nel segnale di un’eruzione imminente.
UN VULCANO NELLA VITA QUOTIDIANA
Il problema, però, non è soltanto comprendere che cosa succede nel sottosuolo. È anche comprendere dove viviamo.
I Campi Flegrei sono diventati nel corso dei decenni uno dei territori più densamente abitati dell’area napoletana. Case, scuole, strade, attività commerciali, infrastrutture e servizi si sono sviluppati all’interno e intorno alla caldera.
Per molte persone il vulcano è diventato quasi invisibile. Si vive, si lavora, si va a scuola, si costruiscono case. Il paesaggio quotidiano diventa familiare e il carattere vulcanico del territorio passa in secondo piano. Il bradisismo, però, riporta periodicamente questa realtà davanti agli occhi di tutti.
Viviamo sopra un vulcano!!!
Questa frase non deve essere interpretata come un invito alla paura. Al contrario.
Dovrebbe diventare un elemento di consapevolezza territoriale.
Conoscere la natura vulcanica dei Campi Flegrei significa capire perché il terreno si muove, perché possono verificarsi terremoti, perché esiste un sistema di monitoraggio permanente e perché la Protezione Civile ha predisposto specifici strumenti di pianificazione.
LA PREVENZIONE NON È SOLTANTO EDILIZIA
Ed è proprio qui che dovrebbe iniziare una riflessione più ampia. Quando parliamo di sicurezza nei Campi Flegrei, la prima risposta è naturalmente quella di rendere più sicuri gli edifici.
È una necessità fondamentale.
Lo Stato ha infatti messo in campo risorse importanti per la riduzione della vulnerabilità del patrimonio edilizio privato. Sono stati previsti 20 milioni di euro all’anno, dal 2025 al 2029, per interventi sugli edifici residenziali privati interessati dal fenomeno bradisismico.
È un investimento necessario. Rendere più sicure le abitazioni significa ridurre gli effetti che un terremoto può produrre sulla popolazione.
Ma un territorio non è fatto soltanto di edifici. È fatto di persone, strade, scuole, ospedali, attività produttive, infrastrutture, reti di trasporto e servizi.
E soprattutto è fatto di persone esposte.
Per questo, davanti a un fenomeno che interessa un intero territorio vulcanico densamente abitato, forse dovremmo porci una domanda in più:
quanto possiamo continuare a investire sulla sicurezza delle costruzioni senza affrontare anche il problema della concentrazione della popolazione?
Si parla di consolidare, adeguare, mettere in sicurezza. Si parla di monitoraggio, di Protezione Civile, di piani di emergenza. Tutto indispensabile.
Ma si parla molto meno di decentramento della popolazione. Eppure ridurre la vulnerabilità di un edificio e ridurre l’esposizione delle persone sono due cose diverse.
La prima rende più sicura la casa la seconda rende meno vulnerabile il territorio.
MILIONI PER GLI EDIFICI, MA QUALE FUTURO PER IL TERRITORIO?
La questione non è mettere in discussione gli investimenti destinati alla sicurezza degli edifici. Al contrario, quegli interventi sono necessari.
La domanda è se possano essere sufficienti.
Se sappiamo di trovarci all’interno di una caldera vulcanica attiva, se sappiamo che il bradisismo può proseguire nel tempo e che la sismicità può manifestarsi con frequenza e intensità variabili, forse dovremmo affiancare alla prevenzione edilizia una vera politica di riduzione dell’esposizione.
Non si tratta di chiedere oggi ai cittadini di lasciare le proprie abitazioni.
Non si tratta di immaginare un esodo dai Campi Flegrei. Si tratta di cominciare a pensare al territorio dei prossimi decenni.
Potrebbero essere incentivati, nel lungo periodo, i trasferimenti volontari verso aree meno esposte. Le nuove politiche abitative potrebbero evitare di aumentare ulteriormente la concentrazione nelle zone più vulnerabili. Alcune funzioni strategiche potrebbero essere progressivamente distribuite sul territorio.
Non sarebbe un abbandono dei Campi Flegrei. Sarebbe una politica di riduzione dell’esposizione.
Una politica che avrebbe bisogno di tempi lunghi, di risorse e soprattutto di una visione territoriale che vada oltre la gestione della crisi del momento.
DECENTRARE, NON ABBANDONARE
Il decentramento non dovrebbe essere concepito come una misura emergenziale. Al contrario, avrebbe senso soltanto se diventasse una scelta urbanistica progressiva e volontaria, costruita nell’arco di molti anni.
Incentivare chi desidera trasferirsi. Favorire nuovi insediamenti nelle aree meno esposte. Evitare ulteriore concentrazione abitativa nelle zone più vulnerabili. Distribuire meglio alcune funzioni e infrastrutture.
L’obiettivo non sarebbe svuotare i Campi Flegrei, ma ridurre gradualmente il numero di persone che si trovano nelle condizioni di maggiore esposizione.
È una prospettiva certamente più complessa della semplice ristrutturazione di un edificio. Coinvolge urbanistica, economia, servizi, mobilità e soprattutto la vita delle comunità.
Ma proprio per questo dovrebbe essere discussa prima dell’emergenza e non durante l’emergenza.
IL FUTURO SI COSTRUISCE PRIMA DELL’EMERGENZA
La prevenzione, infatti, non dovrebbe cominciare quando il rischio diventa emergenza. Dovrebbe cominciare molto prima.
Monitorare il vulcano è indispensabile. Rendere più sicuri gli edifici è indispensabile. Informare la popolazione è indispensabile. Conoscere il piano di Protezione Civile è indispensabile.
Ma forse dobbiamo aggiungere un altro elemento: ripensare progressivamente il territorio.
La domanda è difficile, perché riguarda persone, case, attività economiche, identità e storia. Ma proprio per questo non possiamo aspettare che sia un’emergenza a imporcela.
I Campi Flegrei non sono soltanto un’area a rischio. Sono un territorio straordinario, con una storia geologica e culturale unica, nel quale milioni di persone hanno costruito la propria vita.
Ed è proprio perché vogliamo continuare a viverci che dobbiamo imparare a conoscerlo.
VIVERE SOPRA UN VULCANO
Il bradisismo ci ricorda una verità che forse dovremmo fare entrare definitivamente nella nostra cultura: i Campi Flegrei sono un vulcano.
Non un vulcano necessariamente sul punto di eruttare. Non un territorio nel quale ogni terremoto annuncia una catastrofe.
Un sistema vulcanico attivo, complesso, monitorato e in continua evoluzione.
La conoscenza scientifica serve proprio a questo: non a prevedere ciò che oggi non è possibile prevedere con certezza, ma a comprendere i fenomeni, riconoscerne i segnali e costruire strumenti di prevenzione.
E forse la prevenzione del futuro dovrà essere qualcosa di più della sola messa in sicurezza degli edifici.
Dovrà significare anche ridurre l’esposizione delle persone, distribuire meglio le funzioni, evitare nuove concentrazioni nelle aree maggiormente vulnerabili e progettare oggi il territorio che vogliamo lasciare alle generazioni future.
Perché la vera sfida dei Campi Flegrei non è imparare a ignorare il vulcano. È imparare a vivere consapevolmente sopra di esso.
E forse è proprio questo il momento di cominciare a discutere non soltanto di come rendere più sicure le case, ma anche di come rendere meno esposto il territorio nel quale quelle case sono state costruite.