40 anni dopo il terremoto in Irpinia, i geologi: la conoscenza del territorio e la prevenzione per difendersi dai terremoti

A 40 anni dal terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980 parlano i geologi.

Il Presidente del CNG, Arcangelo Francesco Violo, traccia un bilancio: 150 miliardi in 50 anni per ricostruzioni, risorse che ”…utilizzate per la prevenzione, avrebbero evitato o limitato le tragedie segnate da pesantissime perdite in vite umane”.

 

“La cifra impiegata per le ricostruzioni post-evento dei terremoti che hanno colpito l’Italia negli ultimi 50 anni supera i 150 miliardi. Tali risorse, utilizzate per la prevenzione, avrebbero evitato o limitato le tragedie segnate da pesantissime perdite in vite umane, oltre che da sconvolgimenti sociali a lungo termine, spesso poco considerati e difficilmente risanabili”.

Con queste parole il Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Arcangelo Francesco Violo, traccia un bilancio degli ultimi 40 anni, da quando quella sera del 23 novembre l’Italia centro meridionale fu devastata da un forte terremoto.

“Oggi possiamo dire che il progresso delle conoscenze tecnico-scientifiche ha portato ad un approccio decisamente più aderente alla reale fragilità sismica del territorio, – prosegue Violo – ma resta ancora molto da fare nell’attuazione delle procedure di mappatura della pericolosità sismica e conoscenza geologica di base. Per questi motivi, il Webinar ‘Eredità ed esperienze a 40 anni dal terremoto Irpino-Lucano’ vuole, da un lato mantenere viva la memoria di un evento così tragico; dall’altro rappresentare un’occasione di confronto che porti ad individuare azioni concrete affinché le competenze dei professionisti tecnici italiani ed il progresso delle conoscenze scientifiche possano tradursi in una serie di efficaci politiche di prevenzione del rischio sismico. Tali azioni non possono prescindere da un approccio multidisciplinare, in cui la componente geologica riveste un ruolo fondamentale” conclude il Presidente.

Il catastrofico terremoto, che il 23 novembre 1980 devastò larga parte dell’Italia meridionale, si aggiungeva ad una dolorosa serie di eventi disastrosi: la strage del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti del Belice del 1968 e del Friuli del 1976.

“Il violento sisma dell’Irpinia mise ulteriormente (e drammaticamente) in evidenza la fragilità del territorio italiano, altamente esposto ai rischi geologici naturali e/o indotti” afferma Valerio Agnesi, Presidente Associazione Italiana di Geografia fisica e Geomorfologia.

“La grande diffusione di fenomeni franosi causati dal terremoto, inoltre, consentì di avviare studi sistematici sugli effetti geologici di superficie di un evento sismico, – spiega Agnesi – grazie anche al supporto del CNR che, tramite i Progetti finalizzati (e in particolare il sotto progetto fenomeni franosi), mise a disposizione dei ricercatori fondi e strutture di ricerca. Un terremoto che fu importante per i risultati raggiunti che “costituirono un sensibile avanzamento delle conoscenze scientifiche, confermando, tra l’altro, l’importanza di una corretta lettura degli elementi geomorfologici di un territorio, al fine dell’acquisizione di tutti quei parametri necessari per la realizzazione di modelli previsionali del rischio sismico” aggiunge.

Una strage che, oltre a provocare 2.914 vittime e circa 9.000 feriti, mise in evidenza il gravissimo ritardo della macchina dei soccorsi, tardivi e insufficienti, come denunciò il titolo emblematico de Il Mattino di Napoli: ‘Fate Presto’.

“Dal 1980 grandi passi in avanti sono stati compiuti verso una più profonda comprensione dei fenomeni sismici – afferma Domenico Calcaterra, Presidente Associazione Italiana di Geologia Applicata e Ambientale -. ”Tuttavia, in attesa di modelli previsionali più efficaci, la difesa del Paese dai terremoti (così come dagli altri rischi naturali) passa attraverso idonee misure di prevenzione”.

Per raggiungere il fine di una corretta prevenzione e incrementare la “cultura geologica” del nostro Paese, la “formazione, informazione e divulgazione sono pilastri di un’azione integrata volta all’incremento della resilienza sociale che, ovviamente, passa anche attraverso la messa in sicurezza del patrimonio edilizio, delle infrastrutture e del patrimonio storico-architettonico” sottolinea Calcaterra.

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